Ivrea non te la aspetti
O almeno, io non me la aspettavo così.
Pensavo a un weekend di formazione. A Chiara Battaglioni, alla sua comunità Palabàn, a un lavoro su me stessa che avevo deciso di fare. Pensavo di tornare con qualche strumento in più, una nuova consapevolezza. Invece ho trovato anche questo: Adriano Olivetti, la sua storia, la sua visione e la netta sensazione che avesse già capito tutto quasi 100 anni fa.
Adriano Olivetti e l’idea di azienda che cambia tutto
Olivetti nasce a Ivrea. Figlio di Camillo, che aveva fondato la prima fabbrica di macchine per scrivere in Italia. Da giovane, Adriano entra in fabbrica come operaio. Vede da vicino la catena di montaggio. La chiama tortura per lo spirito. E da quella sensazione fisica, viscerale, nasce una domanda che cambierà tutto: può il lavoro essere qualcosa di diverso?
La risposta che costruisce nei decenni successivi è ancora lì, a Ivrea. Edifici con vetrate enormi, la luce che entra, l’interno che dialoga con l’esterno, la fabbrica che si fa bella senza vergogna. Appartamenti per i lavoratori temporanei, ancora arredati con i mobili originali: piccoli capolavori di design industriale, pensati per chi ci avrebbe vissuto pochi mesi, trattati come se meritassero comunque il meglio. Biblioteche, asili, campi sportivi, una residenza hotel. Verde ovunque, garbo ovunque.


Talponia — il centro residenziale che Olivetti costruì per i dipendenti — somiglia, a guardarla bene, all’Apple Park di Cupertino. Solo che viene prima, molto prima. Progettata per una ragione sola: perché le persone stessero bene.


Non puoi chiedere a una persona di essere intera dentro la fabbrica se la lasci a pezzi fuori.
Questa frase — che Chiara usa come punto di partenza del workshop — è un progetto, prima ancora che una citazione. Olivetti lo ha costruito mattone per mattone: case, formazione, cultura, una pausa di due ore per tornare a casa a pranzo e ricucire il rapporto tra lavoro e vita. I servizi sociali erano un dovere, scriveva, una responsabilità sociale dell’azienda, altro che generosità.
La bellezza che resiste. E quella che è stata lasciata andare
Quello che ho visto a Ivrea, però, va oltre la bellezza.
C’è anche il degrado.
Talponia e Hotel Serra sono in stato di abbandono. Muri imbrattati a colpi di bombolette, erbacce, strutture che cadono a pezzi. A un certo punto qualcuno ha deciso che tutto quel senso valeva meno della sua manutenzione. Che fosse un sogno di un altro secolo, un’utopia, appunto, e le utopie si archiviano. Quel degrado mi ha fatto un effetto strano, ho trattenuto la rabbia, è rimasta la sensazione precisa di qualcosa di prezioso buttato via con noncuranza.
Le pubblicità d’epoca: quando la comunicazione costruiva un mondo
Ma Ivrea è anche quello che trovi girando per il centro, quasi per caso.
In un negozio vintage, nel cuore della città, mi sono fermata davanti a dei libri giganti appoggiati su un espositore. Raccoglitori da sfogliare, con le pagine in plastica trasparente, pieni di pubblicità Olivetti d’epoca. Le ho guardate una per una.
La Lettera 22 ritratta come un oggetto di desiderio, azzurra, leggera, quasi aerea. Una pubblicità con un palloncino, un’altra con una fila di omini stilizzati che sembravano danzare. Una pagina dedicata alla distinzione, un’altra alla storia. Tutte con quella grafia sicura, quei colori calibrati, quella pulizia visiva che oggi chiameremmo minimalismo, ma allora era semplicemente stile.




La comunicazione Olivetti costruiva un mondo
Ogni annuncio sembrava dire: chi usa questa macchina da scrivere è qualcuno che tiene alle parole, alla cura, alla forma. Silenzio invece di rumore. Una promessa fatta con eleganza invece di un’offerta urlata.
Guardandole ho pensato che anche questo era olivettiano: la coerenza tra come fai le cose e come le racconti. La fabbrica bella, i lavoratori curati, le pubblicità raffinate: tutto parlava la stessa lingua. Niente strideva, niente era fuori posto.
Progettare il tempo con intenzione
Chiara ci ha portato a Ivrea per lavorare, come sa fare lei, quel lavoro fatto di condivisione, connessione, ascolto e presenza.
Ci ha fatto una domanda: se Olivetti ha progettato una città attorno all’idea che il lavoro non possa consumare tutto, possiamo provare a progettare il nostro tempo con la stessa intenzione?
Ha costruito un laboratorio su una metafora urbanistica. Ognuno disegna su carta la propria città: i quartieri sono le aree della vita: il lavoro, la famiglia, il tempo libero, le relazioni, il corpo, il silenzio. Dove sono? Quanto spazio occupano? Come sono collegate? Quale ha invaso quello degli altri?
Poi arrivano i Lego. Si costruisce la città ideale, come vorremmo che fosse. E poi il piano regolatore: i vincoli che ci diamo per arrivarci. Zona a edificabilità limitata, ovvero il blocco nel calendario per proteggere certi quartieri. Superficie finita, ovvero ogni ora data a qualcosa è sottratta a qualcos’altro: cosa si demolisce? Spazio pubblico: il tempo che appartiene a tutti i quartieri e a nessuno in particolare, che esiste solo per la vita comune.

È un esercizio semplice. E come tutti gli esercizi semplici, fa emergere cose che sapevi ma avevi smesso di guardare.
Olivetti utopia o metodo?
Olivetti viene spesso liquidato come un esempio non trasferibile, un visionario isolato, troppo avanti, impossibile da replicare. Un’anomalia della storia, bella ma inapplicabile.
Era invece qualcuno che aveva deciso, con metodo, coerenza e risorse concrete, che il benessere delle persone era la condizione per fare bene le cose. Due facce della stessa medaglia, sempre.
Questa idea mi appartiene. La riconosco nel modo in cui cerco di lavorare: entrare, capire cosa c’è, togliere quello che disperde, costruire qualcosa che regga anche quando me ne sono andata. Autonomia, al posto di dipendenza. Forse sono un po’ olivettiana anch’io.
Questo weekend a Ivrea mi ha restituito una parola che cercavo da un po’: intero, ciò che è completo, intatto, non diviso, o che include tutte le sue parti.
Il lavoro dovrebbe essere una grande occasione di crescita umana, diceva Olivetti.
Per te, invece, cos’è?
Palabàn® Together è l’evento dal vivo della community di Chiara Battaglioni → palaban
Lo spazio che ci ha ospitate è Mamik, a Ivrea → mamik.it
Per approfondire la storia di Olivetti → fondazioneadrianolivetti.it
Pesci a Pezzi di Chiara Trivellato → club del collage